Il maestro Uto Ughi ha ricevuto il suo primo violino all’età di tre anni: il “quartino”, con il quale ha vissuto in simbiosi, usandolo come giocattolo, in un clima familiare che dava molto risalto e importanza alla musica e ospitava riunioni frequenti e regolari di musicisti che si incontravano per suonare insieme musica da camera.
Sempre a tre anni Amadeus Mozart cominciò a mostrare le sue capacità musicali accennando accordi al clavicembalo e memorizzando correttamente i passaggi ascoltati mentre il padre dava lezioni alla sorella di otto anni; a cinque anni inzierà a scrivere le prime composizioni. Il violinista Niccolò Paganini darà il suo primo concerto pubblico a 9 anni e Franz Schubert a 12 anni era un valido violinista e pianista nonché un abile compositore.

Già da piccolissimi i bambini fanno le prime prove con i giocattoli musicali: chitarre, tastiere e le tanto odiate dai genitori mini-percussioni.
Se però notiamo un certo orecchio in loro, una predisposizione per la musica ci domandiamo “ma qual è l’età giusta per capire se i nostri figli sono portati per suonare un particolare strumento? e “ come possiamo incanalarla nella giusta direzione senza farlo diventare un obbligo di tipo scolastico” ?

Un bambino raggiunge l’età musicale giusta per iniziare lo studio di uno strumento quando ha imparato a riconoscere dentro di sé un mondo sonoro ed è capace di esprimerlo attraverso la riproduzione di linee melodiche, di un metro e di un ritmo. Lo strumento musicale diventa un’estensione della mente e sarà il pensiero musicale che indirizzerà le mani e le dita a muoversi correttamente sullo strumento

ZERO PRESSIONI.
L’idea di avvicinare il bimbo alla musica è sempre positiva, ma attenzione: l’interesse del bimbo dovrebbe essere genuino e non un’ambizione…e tanto meno una forzatura, da parte della famiglia.

UN IMPEGNO QUOTIDIANO? DIPENDE...
Chi pensa allo studio di uno strumento come un rigido appuntamento quotidiano, sbaglia. Perché, anche per il tempo, occorre seguire un approccio molto graduale e, solo quando lo studio diventa professionale, impone scadenze molto più precise.

E' sufficiente una mezza ora con l’insegnante, una volta alla settimana, possibilmente con la presenza del genitore che così può capire e successivamente ripetere, i rudimenti che sta imparando il piccolo.
A casa, 2-3 volte a settimana, si prova insieme quanto imparato a lezione, mettendo in risalto, come regola imprescindibile l’approccio ludico-ricreativo.

Costatazione molto semplice: il bambino apprende per imitazione ed accumulazione.
Gia da diversi anni l’approccio alla musica in tenera età ha fatto si che si fondassero veri e propri metodi di insegnamento come i metodi Suzuki e yamaha ideati per apprendimento della pratica musicale-strumentale per bambini dai 3 ai 12 anni, con lo scopo principale che tali metodologie potessero consentire a tantissimi bambini di tutto il mondo, di “dialogare” suonando insieme un repertorio comune tratto da brani della tradizione musicale europea e con l'intento di sviluppare le capacità strumentali di un bambino creardogli non solo un ambiente musicale adatto, ma posizionando al centro del metodo la famiglia.

Il bambino sperimenta il piacere di suonare e cantare senza la necessità di conoscere le note sul pentagramma.
Secondo tali metodi, la musica può essere appresa quale linguaggio spontaneo insito, potenzialmente, già nell’individuo, e quale migliore periodo se non quello prescolare, nel quale ogni bambino è dotato di speciali capacità d’apprendimento.


“Giocare con la musica coinvolge la capacità di estrarre i modelli pertinenti, come il suono del proprio strumento, armonie e ritmi, dal paesaggio sonoro. Suonare uno strumento può aiutare più precisamente a interpretare le sfumature del linguaggio che sono trasportate da sottili cambiamenti nella voce umana. La musica può aiutare i bambini a comunicare e interagire con coloro che li circondano, rilassarsi o per esprimere le emozioni”. (ricercatori della Northwestern University di Chicago, in America, hanno stabilito un legame tra l’abilità musicale e la capacità del sistema nervoso ad adottare modelli di suono.
(Tradotto da telegraph)
I test hanno rivelato che l’esposizione alla musica può essere utile per il cervello nelle sue fasi di sviluppo e avrebbe vantaggi per tutti i bambini, compresi quelli dislessici (disturbi dell’apprendimento) e autistici (diminuzione dell’integrazione sociale e della comunicazione)
Collaborazioni con Professionisti sanitari specialisti in linguaggio disturbi dell’ apprendimento possono armonizzarsi diventando strumento di sensibilità e sviluppo del cervello ai suoni e alla parola.


“Proviamo a immaginare che dentro a un contrabbasso si possa inserire un violoncello; dentro al violoncello una viola; dentro alla viola un violino. Avremmo così, come in un gioco di scatole cinesi, uno strumento dentro all’altro. Dallo stesso strumento, visibile all’esterno, potremmo ottenere le prestazioni di quattro strumenti. Passando l’archetto sulle corde del contrabbasso, per simpatia (la Risonanza), convibrerebbero le corde del violoncello, della viola, del violino. Le casse di risonanza, comprese una dentro l’altra, amplificano il gioco dei suoni armonici secondo precise proporzioni. A ogni suono fondamentale che vibra corrispondono le armoniche, nelle giuste proporzioni, fra la lunghezza delle corde e i volumi delle casse armoniche.
Così accade per il nostro corpo” (G. Cremaschi Trovesi “Il corpo vibrante” ed. scien. Ma.Gi, Roma 2000).

Collaborazioni con le associazioni di categoria hanno permesso di sviluppare progetti legati allo sviluppo di eventi estesi anche alla popolazione sorda grazie all'ausilio dei palloncini per sentire le vibrazioni della musica, dei sottotitoli per seguire i testi delle canzoni e le parti "parlate" e dell'interpretazione in LIS per garantire davvero a tutti di partecipare, si può sperimentare un ascolto diverso della musica, con il cuore e gli occhi, perchè la musica vibra nell'anima non nelle orecchie


handicap come attività e partecipazione
La musica è una forma di comunicazione particolare: non tanto linguaggio universale, ma media che permette la trasmissione di emozioni, vibrazioni, idee e stati d’animo da una o più persone ad altre. In quanto forma di comunicazione che ha origini soprattutto di tipo emotivo e cognitivo, la musica è in grado di bypassare i tradizionali canali espressivi umani, in particolare quello semantico (verbale) e quello corporeo.
Una persona affetta da autismo o da Sindrome di Down è una persona che appare in difficoltà nella gestione del proprio universo comunicativo: ascoltare, ascoltarsi, farsi ascoltare sono tutti aspetti che risultano irrimediabilmente feriti.
Ciò che appare sempre integro, anche in presenza di questi svantaggi, è però proprio quell’intimità sensibile che è comune a tutti gli esseri umani e a cui, forse non a caso, la musica è in grado di aderire in modo deciso, efficace, totale. In altri termini, la musica permette di aggirare le difficoltà di tipo espressivo-comunicativo delle persone con disabilità andando a stimolare direttamente l’intimità sensibile delle persone, di tutte le persone..
Favorire la comunicazione musicale delle persone ferite dalla vita significa permettere, anche se in modo parziale e speciale, che queste persone abbiano innanzitutto una possibilità di espressione che altrimenti resterebbe latente, nascosta, incolta.
La musica dimostra così di essere, ancora una volta, il mezzo di incontro più equo e democratico che l’uomo possieda.
Per questo motivo progetti ed eventi in collaborazione con enti sociali e strutture di riabilitazione possono far fiorire un approccio educativo-musicale offrendo alle persone con disabilità la concreta possibilità di accedere ad un percorso adulto, qualificante, ed estremamente significativo.
© 2013 Giovanna Piacentino